Stereotipi e altre scorciatoie

Sono palermitana e credo che questo mi abbia allenata più che altre cose a conoscere (subire) la sterile forza degli stereotipi. Ne abbiamo tutti, su molto; qualcuno anche su troppo, in realtà. Partiamo dalla definizione che ne dà la Treccani:

in psicologia, opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni.

Insomma, una specie di scorciatoia cognitiva per pigri che non hanno voglia, tempo e modo di crearsi un’esperienza personale di qualcosa e – sulla base di questa – una opinione originale. Nella vita di ogni giorno, sono tante le generalizzazioni che facciamo – per non entrare in tilt ad ogni nuova esperienza -ed esse hanno uno scopo positivo, ovvero quello di farci condurre la vita quotidiana nel modo psicologicamente meno dispendioso possibile.

Agli stereotipi, però, manca totalmente questa componente costruttiva, poiché, piuttosto che semplificare il processo di scoperta e conoscenza, lo bloccano, lo falsano e lo sostituiscono con delle matrici sostanzialmente aggressive e arroganti.

E quali sono, allora, gli stereotipi cui, da palermitana, mi sono precocemente abituata?

  • A Palermo c’è sempre il sole e fa sempre caldo (mentre scrivo sta piovendo quasi ininterrottamente da stanotte e ci sono dieci gradi con un tasso di umidità del 70%)
  • A Palermo sono tutti scuri e bassi (la maggior parte dei miei amici supera abbondantemente il metro e ottanta e ha almeno gli occhi chiari, quando non anche i capelli)
  • Palermo è prossima al deserto africano (Palermo, oltre al mare, ha un sottosuolo pieno d’acqua, è circondata da montagne e al suo interno ricade la Real tenuta della Favorita, un parco di circa 400 ha)
  • che può mai esserci di bello a Palermo? (non lo so, fate voi, non vi basterebbe una vita per scoprire nel dettaglio le meraviglie di Palermo patrimonio UNESCO o capitale italiana della Cultura del 2018 o sede di Manifesta 12)
  • A Palermo non si è mai al sicuro dalla microcriminalità* (l’unica volta che ho subito lo scippo del portafogli è stata a Madrid, a poche ore dal mio arrivo…)
  • A Palermo sono tutti mafiosi (se fosse così, dubito che ci sarebbe l’alto tasso di disoccupazione che – ahimé – non è uno stereotipo: saremmo tutti lì a goderci gli interessi economici della malavita…).

E su questo ultimo punto dell’elenco, il più disgustoso e cattivo, si sono fondate tante altre false conoscenze, tante altre barriere, tante altre offese. Le ho conosciute bene nella loro versione elegante, quella di gente pseudocolta che negli anni mi ha detto:

poverina, chissà come deve essere frustrante per una in gamba come te vivere in una città che non dà nulla

oppure

ma lo sai che non sembri proprio palermitana tu?

passando per un complimento l’offesa più brutta da farmi!

Vi parrà strano, forse, ma io in parte sono grata a questi stereotipi, perché grazie alla mia consuetudine con la loro falsa stupidità, mi sono via via sbarazzata di essi, dei miei verso gli altri: gli altri Italiani delle altre Regioni, gli altri Umani delle altre Nazioni, gli altri Esseri di altri Pianeti 😉 Così, quando oggi vedo quello che accade verso i migranti che tentano la strada verso una vita migliore, non commetto mai il peccato mortale di pensare:

  • vengono a rubarci il lavoro
  • vengono a stuprare le nostre donne
  • vengono a delinquere
  • ci hanno invaso, sono già più di noi
  • non hanno rispetto neanche per la vita dei loro figli.

Perché è vero, signore e signori, la possibilità di mettersi intensamente nei panni altrui è l’unico antidoto verso il crimine dello stereotipo.

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Montagne innevate attorno al Golfo di Palermo ©Ljus av Balarm

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